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23/04/2020

Il primo incontro tra outdoor e design | Franco Albini e il Rattan

Viviamo oggi nell’epoca d’oro degli arredi outdoor: lo sviluppo di tecnologie e materiali ha permesso di raggiungere risultati impensabili anche solo fino ad un decennio fa, ricreando in esterno ambienti in tutto e per tutto pari a quelli indoor, con un grado di comfort e di raffinatezza dei dettagli che non ha nulla ad invidiare ai salotti più accoglienti. I designer più importanti fanno a gara per misurarsi con questa tipologia di arredo, ed ormai molti dei marchi principali hanno lanciato intere linee di produzione interamente dedicate ai mobili per esterno (fra le ultime Flexform e Cassina). Ma come siamo arrivati fino a qui?

Per decenni e decenni l’arredo per esterni è stato un mondo a parte, con le sue peculiarità, i suoi materiali ed una sua grammatica formale del tutto peculiare, in massima parte impermeabile alle suggestioni del design. Per moltissime famiglie del passato l’arredo da giardino si sostanziava in mobili in fibre intrecciare naturali, quali vimini, rattan, giunco o midollino. La tradizione di questi arredi nasce negli Stati Uniti a fine Ottocento, quando la maggior parte delle case cominciarono a dotarsi di portici e verande per sfuggire all’opprimente caldo estivo.

Leggeri, freschi e semplici da trasportare, le sedute in vimini ed in fibre simili divennero subito il complemento naturale di questi nuovi ambienti. La moda presto si diffuse anche in Europa ed in Italia, trovando nuova linfa nella maestria dei canestrai, artigiani specializzate nell’intreccio di ceste che si lanciarono nella produzione di questo nuovo genere di arredi. Fra le fiorenti aziende del settore si distinse la brianzola Bonacina, che negli anni ’20 e gli anni ’30 realizzò gli interni di diverse ville in tutta Italia.

Era quella in architettura l’epoca d’oro del Movimento Moderno e della sua declinazione italiana, il Razionalismo. I valori modernisti erano per molti versi all’opposto del gusto dominante nel settore del vimini: mettevano infatti in primo piano i freddi materiali del futuro, come il tubolare metallico ed il vetro, e aborrivano le forme riccamente decorate, lasciando al centro dei suoi progetti la funzionalità. Il modernismo aveva poi il culto della produzione industriale, meta impossibile per una produzione ancora oggi interamente manuale come quella del vimini.

Entra qui in scena il protagonista della nostra storia, Franco Albini. Giovane allievo di Gio Ponti, Albini diventa fin dai primi anni ’30 una delle figure chiave del Razionalismo italiano, di cui dà però un’interpretazione per molti versi eclettica. Pur condividendo in pieno i principi cardine del Movimento – e contribuendo anzi a definirli in prima persona – Albini lasciò spesso spazio nei suoi progetti ad un personale tocco d’artista, piccoli guizzi della fantasia che si distanziavano dalla gelida logica funzionalista ed aprivano lo sguardo su un diverso modo d’intendere gli interni. Albini aveva inoltre una grande passione della tradizione artigianale italiana, con un “saper fare” che secondo lui andava preservato in ogni modo.

È sulla base di queste convinzioni che nel Dopoguerra si avvicina al mondo delle fibre intrecciate, stringendo uno stretto rapporto con la bottega di Vittorio Bonacina. L’esito di questa collaborazione culmina negli arredi presentati alla IX Triennale del 1951, commissionati dalla Rinascente di Milano e realizzati in giunco e canna d’India. Il materiale, tradizionale e povero, viene affrontato per la prima volta con uno spirito di ricerca e d’avanguardia, dando vita ad alcuni capolavori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del design.

Si tratta della poltrona Margherita, co-firmata con Gino Colombini (storico direttore tecnico di Kartell, abituato a lavorazioni innovative della plastica), premiata dalla Triennale con la Medaglia d’Oro. La struttura della poltrona viene de-materializzata e ridotta al suo scheletro essenziale, in una maniera che ricorda la parallela ricerca che Harry Bertoia [link a icona poltroncina Bertoia] stava applicando nello stesso periodo al tubolare metallico. La stessa base della poltrona porta il frutto di questa vocazione all’essenzialità, tanto da essere ricordata come la prima poltrona “senza gambe” del design italiano. L’esito finale lascia un’impressione di aerea leggerezza con pochi precedenti nella storia del design. Altro grande successo presentato alla Triennale fu la poltrona Gala, disegnata in collaborazione con Ezio Sgrelli.

Oltre ai grandi classici di Bonacina, altri arredi in rattan disegnati da Albini sono oggi riproposti dalla danese Sika Design, tra cui un arioso pouf disegnato sempre in occasione della Triennale del 1951, l’elegante divanetto Belladonna ed il carrello Fratellino. Sika Design è la principale azienda scandinava attiva nel settore del rattan e propone nelle sue collezioni anche diverse creazioni risalenti agli anni ’30 del grande Arne Jacobsen, fra i pochi designer a precedere Albini nell’approcciare questi materiali con spirito moderno.

Vimini, rattan, giunco e le diverse fibre naturali sono oggi meno diffuse di un tempo e sono considerate più adatte a verande coperte o a spazi comunque riparati dagli agenti atmosferici, ma si sono arricchiti dell’irresistibile fascino vintage di un materiale del tempo che fu. Da materiale eminentemente povero si è ritrovato a ricoprire nei progetti contemporanei il ruolo del dettaglio di lusso, portando con sé il valore aggiunto di decine di ore di lavorazione manuale realizzate da una classe di artigiani specializzati in via d’estinzione.