Intervista a Federico Peri | Designer di prodotto e interni | Salvioni
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09/07/2021

Intervista | Federico Peri

Sappiamo che il tuo percorso di designer e progettista d’interni si è snodato fra grandi metropoli come Milano e Parigi, poi la collaborazione con Vudafieri Saverino Partners e infine dal 2011 l’apertura del tuo personale studio. Cosa ci puoi dire di questo tuo cammino? Come e quanto pensi ti abbia influenzato?

Ho terminato gli studi nel 2007 e durante l’università ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso di trasferirmi a Parigi dove ho cominciato a lavorare su diversi progetti e capire quale fosse il ruolo del designer. Ho trovato poi lavoro in uno studio di progettazione dove ho potuto confrontarmi con un ambiente internazionale cui non ero abituato e capire come relazionarmi verso diverse realtà. Sono poi tornato a Milano dove ho cominciato a lavorare per Vudafieri Saverino Partners. Specializzato nella realizzazione di concept per negozi di moda e spazi commerciali, mi ha dato davvero molto. L’esperienza con Vudafieri si è conclusa dopo due anni, quando ho aperto il mio studio, ma per molto tempo ho continuato a collaborare e gestire progetti insieme.

 

Trovi ci sia stato un momento di difficoltà dal passaggio universitario al mondo del lavoro e sul campo?

Fortunatamente l’università mi aveva preparato già abbastanza per l’ingresso nel mondo del lavoro. Ho fatto lo IED, dove vige un approccio meno accademico e più pragmatico rispetto al mondo accademico nel suo complesso. Questo ha aiutato molto. Uno dei miei docenti era partner dello studio Saverino & Partners, per cui l’impronta data era particolarmente operativa.

 

Parlaci un po’ del tuo stile e del tuo modo di lavorare. Qual è la tua filosofia? Che inspirazioni segui?

Fatico sempre a definire uno specifico stile. Posso dire che il mio gusto prevede un tratto semplice e pulito, probabilmente ispirato anche al movimento Bauhaus con contaminazioni della scuola viennese e Art Decò. Depurare quel mondo un po’ ricco e sintetizzarlo ha creato il mio stile. Dai diversi progetti a cui mi sono dedicato e sto dedicando tutt’ora mi accorgo però di trarre influenze sempre nuove e diverse. Prendiamo ad esempio Purho. Gli oggetti cui mi sto dedicando ora giocano molto con luce e vetro, elementi per me nuovi che danno grande stimolo al mio modo di sentire e concepire il product design.

 

All’inizio della tua carriera ti sei diviso fra allestimenti di stand e negozi e la realizzazione di prodotti in serie limitata per una galleria prestigiosa come Nilufar. Cosa comporta di differente il lavoro con una galleria rispetto a una produzione in serie?

Credo che il mio percorso artistico fra design d’interni e prodotti in serie non sia altro che la naturale conseguenza del lavorare a progetti complessi dove spesso il cliente o le necessità prevedono la creazione di elementi custom, realizzati ad arte. Nel tempo ho quindi maturato un piacere personale nel creare pezzi specifici e studiati in ogni dettaglio, customizzati poi in edizioni limitate. I prodotti di Nilufar sono inizialmente nati come produzione personale che poi la galleria ha adottato e presentato in blocco. Dagli interni, quindi, al disegno specifico per i clienti; da lì la creazione di edizioni limitate e in seguito la produzione su più larga scala. Furono le aziende a rivolgersi a me per chiedermi di realizzare qualcosa destinato a un pubblico più ampio e diversificato.

 

Nel mondo dell’arredo hai legato una parte importante della tua produzione a Baxter. Cosa ci puoi raccontare di questa collaborazione?

Si tratta di un’azienda in cui mi trovo molto bene e con la quale mi piace molto lavorare. C’è affinità di stile. Negli anni sto facendo sempre più mia la loro linea artistica, elemento fondamentale nella collaborazione e realizzazione di progetti comuni. Vedo che il team Baxter si fida molto di me e richiede prodotti diversi in base anche alle esigenze di catalogo, pur lasciandomi libertà espressiva. Amo molto lavorare con i materiali da loro proposti e spesso utilizzati, che nel tempo hanno saputo differenziarli dall’offerta d’arredo di design internazionale. Pur mantenendo vivo l’accento sulla pelle e le sue potenzialità, Baxter riesce comunque a vivere in molte altre declinazioni su cui amo particolarmente lavorare.

 

Per Purho ti sei invece confrontato con un mondo completamente diverso, ricco di tradizioni: quello del vetro di Murano. Come è lavorare con questo materiale? Che sfide presenta?

La collaborazione è cominciata nel 2019. Purtroppo il Covid ci ha sorpresi al momento del lancio, congelando tutte o quasi le nostre possibilità di mostrare i frutti del nostro lavoro. Abbiamo avuto un po’ di sfortuna. Credo però che la “cattiva sorte” sia stata ampiamente bilanciata dal rapporto che si è creato fra noi: lavorare con un’azienda del genere è molto bello perché si ha la possibilità di provare, rinnovarsi e sperimentare. Lo scambio di idee è costante e ideale per raggiungere il progetto e la strategia più adatti. Paradossalmente la parte più difficile di questa collaborazione è proprio il vetro che costituisce tutte le opere, trattandosi di un materiale super reattivo che reagisce diversamente all’utilizzo rispetto a tutti gli altri con cui mi sono mai confrontato. La collezione che stiamo finendo ora di sviluppare è nata sulla carta con un progetto specifico che poi si è evoluto anche grazie a una certa componente di improvvisazione. Quando il vetro si raffredda bisogna decidere in una frazione di secondo come agire e cosa fare, è un materiale particolarmente ostico perché non permette di ripensare e rimodulare. Inoltre presenta costi particolarmente sostenuti sia per l’uso delle fornaci che per la professionalità stessa dei maestri vetrai. Questa collaborazione ha però dell’incredibile, perché mai prima di oggi avevo avuto la possibilità di lavorare a stretto contatto con questa categoria di artisti. La loro è una tradizione antica e millenaria, fatta di duro lavoro ed eccellenza che sfortunatamente sembra andare sempre più a perdersi per la mancanza di un ricambio generazionale. Il rischio è che prima o poi se ne perderà traccia, dimenticando quest’arte unica nel suo genere.

 

Quali sono i progetti futuri che hai in serbo assieme a Purho? State lavorando su nuove creazioni?

Al momento stiamo lavorando a una nuova collezione che verrà presentata a settembre in occasione del SuperSalone. Questa linea completa il percorso precedentemente con la linea Incisioni. Il nome utilizzato nasce proprio dal metodo di lavorazione impiegato per realizzare questi eleganti vasi, dove al primo passaggio di soffiatura in fornace se ne aggiunge un secondo altrettanto delicato di incisione. Ciò avviene il giorno successivo, una volta che il vetro si è raffreddato. Un maestro molatore effettua manualmente il lavoro sul pezzo per mezzo di ruote, punte e strumentazioni specifiche che non permettono alcun margine d’errore o imprecisione. L’abilità dell’artigiano è qui determinante per il prodotto finito che logicamente non sarà mai seriale, ma unico nel suo genere.

 

Negli anni hai ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Che effetto ti fa essere considerato uno dei nuovi nastri nascenti del design italiano, erede di una tradizione così prestigiosa?

È una bella sensazione, nonché fonte di estrema soddisfazione, ma il segreto è non farci mai davvero troppo caso. Ne sono ovviamente molto orgoglioso e credo che nel mio lavoro ricevere simili riconoscimenti aiuti a capire che il percorso artistico perseguito è quello corretto. Ricevere un qualche attestato da parte di maestri del settore per me è però importante tanto quanto continuare a guardare avanti e cercare ogni giorno di migliorarsi sempre più

 

Cosa vedi nel tuo futuro? Hai già in mente un prosieguo per il tuo percorso?

Di certo continuerò a dividermi fra design di prodotto e interni. All’inizio della mia carriera mi dedicavo quasi completamente agli interni, ma già ora è diventato cinquanta e cinquanta. Al momento non ho un piano preciso, ma mi piacerebbe comunque continuare su questa strada, aumentando ancora di più la quota del design di prodotto. Non perché non ami disegnare interni, ma perché nel prodotto colgo una maggiore libertà espressiva. La soddisfazione è anche più immediata e meno deviata dal compromesso che invece negli interni è sempre marcato dal cliente o dalle necessità progettuali. Nel prodotto mi trovo più a mio agio, per cui immagino che mi sposterò sempre più verso quell’ambito.