Intervista | Francesco Meda - David Lopez Quincoces - Salvioni

Intervista | Francesco Meda – David Lopez Quincoces

Durante la Milano Design Week 2026, le terrazze dello showroom di via Durini hanno ospitato un’installazione di Fast curata dal duo David Lopez Quincoces e Francesco Meda. Abbiamo chiesto a entrambi di parlarci della collaborazione che li lega, delle direzioni creative che li vedono protagonisti e non per ultimo, dello spirito creativo che ha animato il loro lavoro all’interno dello showroom Salvioni Milano Durini.

 

Un duo all’insegna del design. La vostra è un’amicizia di lunga data che è poi sfociata in una collaborazione a più livelli. Come mai due designer indipendenti decidono di unire le proprie forze?Che influenza ha avuto questa scelta sulla vostra carriera?

 

Con David ci conosciamo da tantissimo tempo: prima di tutto è nata un’amicizia, che poi si è trasformata in una collaborazione professionale molto naturale. Credo che ciò che rende questo rapporto così solido sia il fatto che entrambi abbiamo una nostra identità ben definita. David ha il suo studio e si occupa di architettura, interior e design di prodotto; io, allo stesso modo, porto avanti il mio studio e i miei progetti in maniera indipendente.

Questa indipendenza ci permette di lavorare insieme valorizzando competenze diverse e complementari. Io ho un background più legato al prodotto, mentre David ha una sensibilità e un’esperienza più forti nell’architettura e nella progettazione degli spazi. Nei progetti che sviluppiamo insieme, come ad esempio quello realizzato per Salvioni Design Solutions durante la Milano Design Week 2026 con Fast, io tendo a concentrarmi maggiormente sull’identità e sul trattamento delle aree, mentre David lavora soprattutto sulla costruzione dello spazio, sul layout e sulla disposizione degli elementi. È una divisione molto spontanea, basata sulle rispettive competenze e rispetto reciproci.

Anche il fatto di non avere uno studio condiviso, paradossalmente, è uno degli aspetti che funziona meglio. Ognuno mantiene la propria indipendenza, anche dal punto di vista economico e organizzativo, e questo evita molte dinamiche complicate che possono nascere quando si crea una struttura unica. Lavoriamo insieme perché ci piace farlo, non perché siamo costretti.

La nostra collaborazione nasce anche da passioni comuni. Siamo entrambi molto legati alla montagna e agli sport invernali: David fa snowboard, io scio, e negli anni abbiamo fatto molti viaggi insieme. Sono momenti che ci permettono di staccare, ma anche di confrontarci in modo spontaneo. Ricordo, ad esempio, due settimane passate in Alaska a sciare: in contesti così remoti e lontani dalla routine quotidiana, finiscono spesso per emergere idee e intuizioni progettuali.

Forse è proprio questo l’aspetto più bello del nostro rapporto: il lavoro non è mai qualcosa di rigido o eccessivamente formale. È un modo di condividere esperienze, visioni e interessi, che poi naturalmente si trasformano anche in progetti.

Attualmente ricoprite il ruolo di Art Director per Acerbis, Fast e Ranieri. Come è vestire questi panni per aziende così diverse fra loro? È sempre un lavoro di squadra o ricoprite ruoli diversi?

 

Oggi io e David seguiamo la direzione creativa di tre aziende molto diverse tra loro — Acerbis, Fast e Ranieri — ed è proprio questa diversità a rendere il nostro lavoro così stimolante. Ogni realtà ha un’identità propria, una storia e un linguaggio specifici, e il nostro ruolo cambia di conseguenza.

Acerbis, ad esempio, è un editore di grandi maestri del design e il lavoro creativo si sviluppa molto intorno all’archivio e alla memoria storica del brand. È un approccio particolare, perché ogni scelta deve tenere conto dell’eredità dell’azienda e del valore culturale dei prodotti. Fast, invece, appartiene a un mondo completamente diverso: lavora nell’outdoor ed è fortemente legata alla lavorazione dell’alluminio, che gestisce internamente come vera e propria fabbrica. È una realtà industriale molto tecnica, con esigenze e dinamiche differenti. Ranieri, infine, ha una forte identità materica e territoriale, legata alla pietra lavica e a una cultura progettuale profondamente connessa alla sua terra d’origine, Napoli.

Queste differenze fanno sì che non ci sia mai il rischio di sovrapporre linguaggi o uniformare troppo i progetti. Ogni azienda rimane un universo a sé, con stimoli, ritmi e riferimenti distinti. Anche dal punto di vista geografico è interessante: Acerbis rappresenta una tipica realtà brianzola, Fast è vicino agli spazi aperti e lacustri di Salò, mentre Ranieri vive il contesto napoletano. Cambiano i territori, le persone, il modo di lavorare, e questo arricchisce moltissimo l’approccio mio e di David.

Anche il nostro ruolo si adatta di volta in volta. In generale lavoriamo sempre in squadra, ma con sensibilità e competenze differenti. Ci confrontiamo molto, cercando però di rispettare profondamente l’identità dell’azienda con cui collaboriamo. Per noi è fondamentale che il brand non diventi mai una semplice emanazione dell’art director: l’obiettivo è rafforzarne il carattere, non sovrascriverlo.

La Milano Design Week 2026 vi ha visto ancora insieme, impegnati in una nuova installazione di Fast all’interno dello spazio di Salvioni Milano Durini. Potreste parlarci della genesi di questo progetto? Com’è stato approcciarsi alle terrazze di via Durini, piccolo angolo di quiete al centro della città? Come si lega questo concetto all’Abitare Urbano del marchio?

 

Il progetto nasce in modo molto naturale dall’incontro tra l’identità di Fast e quella degli spazi di Salvioni Milano Durini. I prodotti Fast hanno un linguaggio molto equilibrato e discreto: non sono oggetti che cercano di imporsi attraverso forme aggressive o cromie eccessive, ma elementi pensati per dialogare con l’ambiente in maniera fluida e armoniosa. Per questo ci è sembrato che le collezioni si integrassero perfettamente con le terrazze di via Durini, che rappresentano quasi un piccolo rifugio silenzioso nel cuore della città.

L’idea era proprio quella di creare un’atmosfera capace di valorizzare non solo il prodotto, ma anche lo spazio stesso. Gli arredi non dovevano prendere il sopravvento sull’architettura o sul contesto, ma contribuire a costruire un insieme coerente, rilassato e naturale. Anche il modo in cui abbiamo progettato l’installazione è nato da questa volontà di equilibrio.

Diverso, invece, è stato l’approccio con l’installazione sulla strada, nella zona esterna di via Durini con la pedana. In quel caso abbiamo lavorato in modo più espressivo e conviviale, utilizzando il sistema di divani “Un Due Tre” come un’isola aperta e dinamica, pensata per accogliere le persone che attraversano la via e desiderano riprendere fiato o rilassarsi per qualche minuto. Per questo abbiamo scelto una configurazione meno canonica rispetto ai divani lineari presenti nelle terrazze interne: volevamo creare qualcosa che avesse una presenza più libera e spontanea nello spazio pubblico.

Anche la palette cromatica è stata studiata con attenzione. Abbiamo lavorato su tonalità vicine al mondo naturale, prediligendo le sfumature ocra, mattone, senape e in generale i colori della terra che richiamano le sfumature dell’autunno e delle mezze stagioni. È una scelta coerente con la filosofia di Fast: creare prodotti che negli ambienti outdoor sappiano integrarsi con il paesaggio, quasi mimetizzarsi nella natura, piuttosto che staccarsi visivamente dal contesto.

In questo senso, il progetto interpreta molto bene il concetto di “Abitare Urbano” del marchio: portare anche in città una dimensione più calma, accogliente e autentica, dove il confine tra interno ed esterno diventa più fluido e naturale.